LA FEDE
GRIDATA DALLE STRADE
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HIC DEFUNCTI
SODALES DIEM
EXPECTANT SUPREMUM A.D. MDCCCLVIII |
Inedita.
Traduzione: «I confratelli defunti, che vissero sotto la protezione di S. Maria
degli Angeli, aspettano qui il giorno supremo (del giudizio finale). Anno del
Signore 1858».
La lastra di pietra (cm. 78 x 78) si trovava sul pavimento della secentesca chiesetta di S. Maria degli Angeli, sita nella via omonima, a ridosso un tempo delle mura della città.
La lapide segnava l'ingresso del sepolcreto sottostante e riporta nelle parole del testo l'affermazione di una verità: la fede dei confratelli ivi sepolti nel dogma della resurrezione dei morti e la loro attesa del giudizio finale.
La pietra era lì da oltre un secolo, quando venne in mente ad un prete di rinnovare l'interno della chiesetta e di sostituire l'antico pavimento.
Tra tante lastre di lucido marmo quella pietra massiccia e austera era un po' di troppo.
Murato l'ingresso del sottostante ipogeo, che fare di quella vecchia e ingombrante testimonianza di storia e di fede?
La si poteva fissare su di una parete nell'interno della chiesetta!
Si preferì buttarla fuori dal tempio e la si abbandonò presso la porta secondaria di S. Maria degli Angeli.
Questa porta si apriva su di un vico stretto e tortuoso, che appena ci poteva passare una persona; chiuso tra il giardino pensile del vicino palazzo Sagarriga e il fianco sinistro della chiesa, esso metteva in comunicazione la piazzetta di S. Maria degli Angeli con via di Arco Cattese, nell'antico centro storico.
Il camminamento è ora sbarrato da un muro.
In questo vicoletto giunsero un giorno i disoccupati del Comune, incaricati di lastricare via Cattese.
Trovarono presso la porta della chiesa la nostra lapide: non capirono il significato delle parole incise su di essa ma ebbero rispetto per quella «cosa», che certamente antica doveva essere.
Furono insomma, ancora una volta, meno barbari dei Barberini.
La raccolsero e la posarono, così come l'avevano trovata, sul pavimento di via Cattese, all'altezza del numero civico 6.
Avviene così che gli innumerevoli confratelli, sepolti da secoli in S. Maria degli Angeli, facciano udire ancor oggi la loro voce non dall'interno della chiesa, ma da una strada, dove sul pavimento si possono leggere, incise sull'antica lapide, le loro parole piene di fede nella venuta finale del Salvatore.
Ci
sarà una mano pietosa, che riporti nella chiesetta l'antica pietra?
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Una voce di fede, antica di secoli, arriva a noi da un'altra strada, questa volta non dal vecchio borgo medioevale, ma da una moderna arteria, dalla statale 16, che, quasi a metà del tratto Giovinazzo-S. Spirito, lambisce una chiesetta, di fronte al centro residenziale Roscini.
Per la velocità dei mezzi e per la fretta, nessuno si è soffermato mai ad ammirare un piccolo complesso architettonico veramente suggestivo: su di una striscia di prato, delimitata dalla ferrovia e dalla strada statale, sorge un'antica casa colonica con un ampio portico sul davanti.
All'ingresso vi sono degli alberi ombrosi ed una chiesetta silenziosa e solitaria, che sulla porta, rivolta a levante, mostra la seguente iscrizione:
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L'iscrizione (cm. 140 x 70), inedita, fu apposta dal proprietario, Cav. Ruggiero Messere (1880-1963), appassionato cultore di storia giovinazzese.
La chiesetta è senza dubbio quella dedicata, sin dai tempi più antichi, a S. Matteo, da cui prende nome tutta la contrada circostante; ricordata dal Lupis (1478-1555), nelle Cronache, tra le chiese «derupate» ai suoi tempi, e dal Paglia (1584-1640), nelle Istorie (lib. V, pag. 314).
La data del 1670, riportata nell'epigrafe, (si ignora da quale documento sia stata attinta), si riferisce evidentemente all'anno della nuova dedicazione della cappella alla Madonna del Pozzo, dedicazione che si sovrappose all'antica senza cancellarne il ricordo; nel 1878 il Marziani cita la chiesetta sempre come «S. Matteo in via Bari ad un miglio dall'abitato». (Istorie, pag. 158 e 168).
Di essa fa menzione il Daconto: «...a destra del ponte che attraversa la lama di Castello, sulla via di Bari...vi era una chiesetta dedicata a S. Maria del Pozzo...» che «oggi più non esiste». (Saggio storico, pag. 59).
Riesce difficile spiegare la presenza anche di S. Martino tra i santi, cui la cappella, secondo l'epigrafe, sarebbe dedicata.
L'importanza di questo tempietto è accresciuta dal fatto che in esso si trova un pregevolissimo altare marmoreo del '700, riveniente dalla cappella privata delle monache benedettine, acquistato insieme con il dipinto, che lo sovrastava, dalla famiglia Messere, allorché il convento fu alienato e suddiviso in appartamenti.
La notizia, fornitami dal sig. Ferdinando Messere, diventa assai più interessante se si pensa che da tempo si sta sviluppando, guidata dall'architetto Franco Palmiotto, un'azione mirante al recupero e al restauro, con sovvenzionamento della Regione, dell'intero complesso delle «Benedettine», nell'antico centro storico di Giovinazzo.
(prof. Vincenzo Rucci)
da "Il Nuovo Tocco del Bombaun"
ANNO V
N. 4
(aprile 1989)
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RINVENUTA UNA DELLE PIU’ ANTICHE EPIGRAFI
Durante
uno dei consueti sopralluoghi professionali nel centro antico della nostra città,
mi sono imbattuto casualmente in una epigrafe incastonata fra i conci di pietra
della facciata di una antica fabbrica.
Posta
relativamente in alto e precisamente su uno smusso pensile, la sua presenza era
difficilmente percepibile dal piano stradale dell'ambito di piazza del Meschino;
e per quanto la stilatura di una parte della facciata fosse stata già eseguita
dalle maestranze operanti, essa passò inosservata.
Da
un vano finestra di pertinenza e alla stessa quota di altezza dell'oggetto
d'interesse, si riuscì finalmente a decretare la specifica connotazione di tale
strana pietra che si rivelò un'iscrizione alquanto antica in caratteri quasi
onciali con strani segni o figure poste in basso.
Avvalendosi
del ponteggio ancora in sito, a distanza ravvicinata, se ne potette dare la
precisa lettura che così detta:
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Traduzione:
Quest'edificio è stato costruito dal capomastro Matteo Petacoli nell'anno 1101.
In
pietra più morbida, di dimensioni modeste, appena cm. 22 x 22, l'iscrizione
lapidaria che riporta con incisività i segni ad incavo fatti da mano esperta di
un maestro scalpellino, attesta dunque l'operato edilizio di tale sconosciuto «magister»
nel remoto 1101. Il nome magister, secondo la tradizione culturale, assomma la
figura prototipa del progettista-architetto, del capomastro, dello
scalpellino-scultore, dell'artista... raramente entrano nella sfera della
notorietà e della conoscenza storica.
Sottoposti
in basso alla sintetica dizione letteraria, erano incisi 4 segni che dopo
un'attenta lettura si rivelarono quattro strumenti di lavoro del settore edile:
in ordine, da sinistra a destra, il filo col peduccio ligneo per la piombatura
delle murature, la martellina, la cazzuola, il regolo.
E'
interessante considerare in questa sede che l'edificio rappresenta in più un
modestissimo esempio di fabbrica civile medievale senza quei connotati di una
facciata austera con monofore o bifore pregevoli e modanature ornamentali. Ma
nonostante alcune modeste manomissioni, che sono d'uso corrente nella lunga vita
di un edificio, si evince ancora l'originaria fabbrica medievale dalle fattezze
romaniche, modeste, nel suo portale lunato ad unica ghiera, oggi tompagnato, nei
suoi vani finestra dagli stipiti con mensole su cui poggia l'architrave a
sezione triangolare, nei suoi parziali paramenti murari esterni in conci di
pietra ben lavorati a ricorsi regolari.....
Credo che ad eccezione dei vari episodi di sottoscrizione di proprietà di un immobile, espressa dai committenti facoltosi attraverso antiche iscrizioni locali già famose, non si ha riscontro di un'opera edilizia «firmata» così limpidamente dal suo esecutore, e col marchio demarcato dei quattro simboli del mestiere. Essi lasciano trasparire la fatica leale e dignitosa di tali maestranze del passato che in tal modo esprimevano la loro professionalità e una tradizione edificatoria che tante volte oggigiorno viene elusa...
(arch. Francesco Palmiotto)
da
"Il Nuovo Tocco del Bombaun"
ANNO VI
N. 12
(dicembre 1990)