PER RICORDARE AD OGNUNO CHE ELLA E’ CON NOI
Da
tempo immemorabile andava per le vie della città un'antica immagine della
Madonna con il Bambino, completamente ricoperta di gioielli, racchiusa in una
pesante cornice di legno, portata da una donna, che imbracciava il quadro come
uno scudo.
La
Madonna, "come per ricordare ad ognuno che Ella è con noi", si affacciava
ad ogni uscio, come una mamma premurosa e sollecita delle necessità di
ciascuno: si instaurava allora, tra Lei e i suoi figli, un muto, intenso
colloquio, che si chiudeva con un saluto, una preghiera, un'offerta, un dono.
Quante
ansie, quante segrete speranze, quanti voti, quanti dolori furono affidati alla
Madonna in quelle tacite conversazioni nel corso dei secoli!
Se
poi qualcuno di quei figli era gravemente ammalato e moribondo, la Madonna
interrompeva il suo cammino e si fermava al capezzale di chi, in quel momento,
aveva bisogno del Suo aiuto.
Chi,
in Giovinazzo, non ricorda con commozione questa dolce e cara consuetudine? Chi
non risente nella mente l'eco della voce, che annunziava la presenza della
Madonna?
Circa
trenta anni fa il pellegrinaggio della Madonna per le vie della città
s'interruppe, non si sa per quale ragione, e cessarono quei segreti colloqui tra
lei e i suoi figli.
Il
dipinto, su tela, misura cm. 53x40 ed è molto antico; potrebbe risalire al
‘700 o forse anche al secolo precedente.
La
tela è in cattivo stato di conservazione e ha bisogno di una urgente e sapiente
opera di restauro.
Di
tale dipinto non si conosce la provenienza ne il nome del primo possessore; sul
capo della Vergine e del Bambino sono fissate due corone di argento, che recano
incisa sull'orlo inferiore la scritta:
"A
Divozione di D. Giuseppe Fanelli - 1805".
E’
la prima notizia certa che abbiamo: essa ci dice che cento ottanta anni fa
quell'immagine era oggetto di venerazione e di culto.
Il
più antico documento, che ci parla di questo quadro, risale al 2 marzo 1852 e
si conserva nell'archivio del Comune: "II primo eletto dimissionario d.
Luigi Maldari" consegnava in quella data ad "Andrea Daconto, novello
primo eletto, a Saverio Daconto, Francesco Labianca ed altri, deputati della
festa di S. Maria di Corsignano, il quadro della lodata Vergine con tutti gli
oggetti che le appartengono".
Segue
nel verbale di consegna un minuzioso elenco di gioielli (anelli, orecchini,
ecc.), con il loro peso espresso in "trappesi" ed "acini".
Insieme
con il dipinto venne consegnata la cassetta delle offerte "che gira col
quadro" contenente ducati cinque e grana novantacinque, da cui vennero
detratti tre ducati per "l'acquisto di una cornice occorrente al quadro
medesimo".
Analoga
cerimonia avvenne il 23 gennaio 1855, presente il sindaco Ignazio Frammarino,
tra gli antichi consegnatari e "i nuovi sumpsori", tra i quali compare
il nome di don Andrea Daconto.
Questi
documenti provano che il dipinto si apparteneva (e si appartiene) al Comune,
giacché era tenuto in custodia dal primo eletto, la carica amministrativa più
alta dopo quella del sindaco; che le offerte raccolte nel corso dell'anno
venivano consegnate alla commissione per i festeggiamenti.
Risale
certamente a quei lontani anni il privilegio di conservare in casa il dipinto
della Madonna, posseduto dalla famiglia Daconto privilegio che venne a cessare,
come si dirà in seguito, circa un secolo dopo.
Da
quel quadro fu fatto un primo prelievo di oggetti preziosi nel 1896, per la
costruzione della nuova edicola.
Un
secondo prelievo fu compiuto durante il regime fascista, ai tempi della guerra
d’Etiopia (1935-36).
Il
18 novembre 1935 erano state applicate all'Italia le cosiddette "sanzioni"
da parte della Società delle Nazioni, che aveva sede a Ginevra, e il governo
fascista guidato dal "duce" Benito Mussolini, ordinò la raccolta, su
tutto il territorio nazionale, di oggetti di ferro, di rame e soprattutto di oro
e di metalli preziosi; le spose offrirono alla patria, come allora si diceva, le
fedi nuziali.
In
un clima di esasperato patriottismo, il podestà convocò il 9 dicembre 1935 sul
palazzo comunale i rappresentanti delle varie organizzazioni cittadine e del
clero, i quali tutti "mai secondi alle direttive che il Governo Fascista
emana in questi giorni in cui si combatte la più storica battaglia contro le
inique sanzioni, offrono (il verbo fu poi corretto in "prestano") allo
stato quell'oro raccolto da anni e che rappresenta gli ex voto di singoli
cittadini alla nostra Patrona, Maria SS.ma di Corsignano".
Successivamente, in data 12 dicembre, alle ore diciassette, una commissione ristretta si recò in casa Daconto, in via Bari, e prelevò dal quadro una certa quantità di gioielli, per il peso di Kg. 6,760 di oro (al lordo delle pietre preziose e, per gli orologi dei macchinari) e oggetti di argento per il peso di grammi 520.
Così
ancora una volta la Madonna "pagava" il suo tributo alle dissennate
vicende degli uomini.
La
massa d'oro prelevata risultò, al netto, equivalente a Kg. 1,788 di oro fino a
24 carati, che, tramite la federazione del Partito Nazionale Fascista. fu
venduto alla Banca d'Italia, il 25 marzo 1936, a lire 15,45 il grammo.
La
somma ricavata (lire 27.624,60) fu investita in titoli, che il podestà
avrebbe voluto conservare presso il Comune per "ottenere un provento da
devolvere per la festa e per il culto della Madonna".
Il
prelievo dell'oro della Madonna avvenne all'insaputa del vescovo mons. Achille
Salvucci (1935-1978), il quale, venuto a conoscenza dell'operazione e avuta
notizia dell’intenzione del podestà di Giovinazzo, si rivolse al prefetto di
Bari perché imponesse al podestà la consegna dei titoli all'autorità
ecclesiastica.
La
questione si protrasse sino alla fine del 1937 e, dopo un intenso Scambio di
corrispondenza, si concluse nel modo voluto dal vescovo, il quale disapprovava
l'operazione di prelievo compiuta dal podestà "per vari motivi: tra
l'altro si era violato il comma 2): per vendere oggetti ed ori votivi si
richiede il permesso della Santa Sede, ciò che in questa occasione non si è
fatto. Ed è stato molto male sia perché si è violata una legge esplicita
della Chiesa, sia perché lo scopo patriottico si poteva ugualmente raggiungere
poiché l'autorità ecclesiastica ha favorito sempre, come favorirà in seguito,
i desideri legittimi dell'autorità civile".
Dopo
circa nove anni, il 27 aprile 1945, la colonna dei fascisti, capeggiata da
Benito Mussolini, in fuga verso la Svizzera, fu fermata dai partigiani nei
pressi di Dongo e fu trovata in possesso di una grande quantità di oro, l'oro
dello stato italiano, il famoso "tesoro di Dongo", sequestrato dai
partigiani e poi misteriosamente sparito.
Di
quel tesoro con ogni probabilità faceva parte, tra l'altro, anche l'oro degli
ex voto, che alcuni anni prima la Madonna di Corsignano aveva
"offerto" all'Italia in guerra, con tutto il suo invisibile carico di
dolori, di speranze, di promesse e di fede.
Durante
e dopo gli anni bui della seconda guerra mondiale, la Madonna continuò il suo
pellegrinaggio in mezzo alle rovine materiali e morali, in mezzo ai lutti e agli
stenti dei suoi figli, triste e immancabile retaggio di ogni Conflitto.
Il
giorno 23 agosto 1944 il commissario prefettizio Salvatore Pelillo intimò al
dott. Nicola Daconto, al tempo consegnatario del dipinto, di restituire all'autorità
comunale il quadro della Madonna e di esibire il rendiconto delle somme fino
allora raccolte.
La
consegna di quanto richiesto avvenne il giorno 11 ottobre 1944: in quella
circostanza, interrompendo una tradizione di circa un secolo, che la famiglia
Daconto custodiva "con nobile orgoglio", il commissario prefettizio
prese in consegna il quadro con tutti gli oggetti d'oro che lo adornavano,
insieme con un libretto di risparmio della Banca Cattolica con un deposito di
lire 4.000.
Un
mese dopo il quadro veniva consegnato dal Commissario prefettizio alla superiora
dell'Istituto S. Giuseppe, suor Cristina De Donato, con tutti gli ori; si
provvide allora a stilare una specie di regolamento, in cui erano fissati i
giorni e le modalità, secondo cui il quadro avrebbe continuato il suo giro per
le vie della città.
Il
capo dell'amministrazione comunale si riservava il diritto di compiere verifiche
e controlli e di revocare a suo piacimento "la concessione senza che
l'Istituto possa accampare diritti di sorta".
Termina
qui la storia di questo quadretto, caro al cuore di ogni giovinazzese, che da
circa trent'anni non è più uscito dall'Istituto S. Giuseppe, ove viene
custodito insieme con il manto della Madonna.
Quel
dipinto, carico di ricordi e testimone della storia del nostro popolo e davanti
al quale generazioni e generazioni di cittadini hanno pregato nel corso dei
secoli, è attualmente - lo si è già detto - in condizioni pietose: la tela è
rotta in più punti, il colore è scurito, non lo adornano più i tanti gioielli
elencati in nota, spariti non si sa quando e ad opera di chi, tranne, per
fortuna, le due corone d'argento del 1805 e alcuni anelli di poco pregio.
Ci si augura che l'amministrazione comunale recuperi il quadro, che è di proprietà dei cittadini, lo restituisca al suo primitivo splendore per mezzo di un accurato restauro e lo collochi al posto, che gli compete, sul palazzo comunale, magari nella sala consiliare o nello studio del sindaco, perché quell'immagine cara torni ad essere, come fu per il passato, segno di fede e faro luminoso di luce per il futuro cammino della comunità cittadina.
da "Il Nuovo tocco del Bombaun" Anno III
N. 8
(Agosto 1987)
- - - - - -
LA MADONNA PELLEGRINA
Parte prima. Storia di ieri
E'
conosciuta da tutti, almeno da quanti stanno vivendo la terza età e hanno i
capelli bianchi, codesta immagine della
Vergine!
Girava
per le vie del paese, portata a fatica da una donna, che reggeva il quadro con
il braccio sinistro, imbracciandolo come uno scudo.
Si
soffermava davanti ad ogni uscio, si affacciava ad ogni porta.
Udiamo
ancora nella mente la voce, che ne annunziava
la presenza: «La Madonna!!», e il tintinnio
dei gioielli, che, infissi nella tela, battevano contro il vetro, che ricopriva
il dipinto.
Davanti
a quell'immagine, attesa con ansia in giorni stabiliti, si recitava una
preghiera, si chiedeva una grazia, si offriva
un fiore, un bacio, un obolo.
In
particolari circostanze la «Madonna» interrompeva il suo cammino per fermarsi
accanto al letto di un malato grave o di un moribondo.
Il
nostro giornale trattò ampiamente di questo dipinto (cf: n. 8 - agosto 1987).
Il
quadro (cm. 40 x
53), di proprietà del Comune, girava per il paese da tempo immemorabile (sulla
corona posta sul capo della Vergine è incisa la scritta «A devozione di don
Giuseppe Fanelli -1805»).
Dagli
atti esistenti nell'archivio comunale si apprende che
esso era affidato al primo eletto, che provvedeva
a consegnarlo al suo successore.
Nel
1852 il dipinto (racchiuso in una cornice fatta costruire l'anno precedente)
passò nelle mani di Andrea Daconto, novello
primo eletto, e da tale data rimase in casa Daconto, in via Bari, per circa un
secolo.
La
«Madonna», adorna di numerosi gioielli, era custodita con gelosa
devozione nel salotto «buono»; le offerte raccolte durante il percorso per le
vie della città, venivano annualmente, in agosto, versate dalla famiglia
Daconto al comitato per i festeggiamenti in onore di Maria S.S.ma
di Corsignano.
Dal
quadro della Madonna pellegrina furono effettuati due prelievi di gioielli: il
primo, nel 1896, sindaco Filippo Marziani, servì per la costruzione della nuova
edicola d'argento (di cui fra poco ricorrerà il centenario);
il secondo, nel dicembre 1935, podestà Francesco Curatoli,
fu offerto alla «Patria», impegnata nella guerra d'Etiopia e colpita dalle «sanzioni»
imposte dalla Società delle Nazioni.
La
«Madonna» continuò instancabile il suo cammino per le vie della città,
durante la guerra e dopo, recando conforto alla popolazione, in mezzo alle
rovine morali e materiali, ai lutti e ai dolori, che ogni conflitto porta con sé.
Nell'agosto
1944, il commissario prefettizio Salvatore Pelillo
si fece consegnare il quadro della Madonna dalla famiglia Daconto, che l'aveva
gelosamente custodito per circa un secolo, e l'affidò, insieme con i gioielli
che l'adornavano, alla Superiora
dell'Istituto «S. Giuseppe».
A
partire più o meno da quel tempo la «Madonna pellegrina»
non percorse più le vie della città, non avvicinò più i suoi figli, non ricevette il loro spontaneo omaggio. Rimase
dimenticata tra le mura dell'istituto «S. Giuseppe», sepolta nell'oblio.
Il
dipinto riapparve per pochi giorni nel 1988, nella mostra sulla «Madonna di
Corsignano», che si tenne nell'istituto Vittorio Emanuele II, in occasione del sesto centenario della proclamazione della Vergine a
protettrice
di Giovinazzo.
Fu
notato in quella circostanza lo stato veramente grave, in cui era la tela, scurita
nei colori, piena di muffa, bucata in diversi punti per appendervi i gioielli,
offerti in voto dai fedeli.
Proposi
allora al sindaco F. Milillo di far
restaurare il dipinto e di collocarlo nel
palazzo comunale: dissi che ero disposto a portare personalmente il quadro in
giro per la città, a partire dalla piazza Vittorio Emanuele II. Ma non se ne
fece nulla. La «Madonna» ritornò, dopo la mostra, nell'istituto «S. Giuseppe»,
condannata a sicura distruzione.
Parte
seconda. Storia di oggi
Il
26 febbraio 1992, il dott. Giuseppe Daconto, memore dei vincoli di devozione e
di affetto, che legavano la sua famiglia a quell'immagine della Madonna, scrisse
al sindaco Antonio Berardi una lettera, in
cui manifestava l'intenzione di far restaurare il dipinto a sue spese, per onorare
la memoria dei suoi antenati.
Il
restauratore, prof. Maurizio Lorenzoni,
prescelto, su indicazione della Soprintendenza di Bari, per compiere il lavoro,
dopo aver esaminato il quadro, preparò una relazione
tecnica sulle opere da seguire.
Dopo l'approvazione di tale piano da parte della
Soprintendenza, il dipinto fu prelevato da Giovinazzo
il cinque gennaio 1993 e portato in laboratorio a Polignano
a Mare, donde è ritornato alla fine di maggio di quest'anno, completamente
rinnovato.
L'iter
burocratico è risultato alquanto lungo, dovendo tutte le pratiche passare
tramite gli uffici del Comune, ente proprietario del quadro; nel frattempo era
anche cambiata l'amministrazione comunale,.essendo
succeduto al sindaco Berardi, il nuovo
sindaco, Saverio Andriano;
inoltre gli amministratori, per via della loro giovane età, ignoravano del
tutto il problema nei suoi aspetti storici e tecnici.
I
lavori di restauro sono stati eseguiti dalla signora Gabriella
Bozzi, consorte del prof. Lorenzoni,
e si sono svolti sotto il costante controllo del personale della Soprintendenza.
Dalla
relazione tecnica finale si apprende che il restauro ha seguito vari momenti o
fasi: prima la tela è stata smontata dal vecchio telaio, protetta sulla
superficie dipinta ed è stata foderata.
Successivamente
è stata pulita con solventi appropriati, montata su di un nuovo telaio,
stuccata per eliminare i numerosi fori; infine è stata ritoccata e protetta con
vernice mastice opaca . . . . .
Il
dipinto, di buona fattura, risale al XVIII secolo (1700-1800) e non reca alcuna
firma d'autore; incerta ne è quindi l'attribuzione.
Potrebbe
essere opera del pittore Corrado Giaquinto (1699
- 1765) o della sua scuola: è un'ipotesi, questa, che dovrebbe essere provata
da uno studio attento del quadro da parte di storici e critici d'arte.
Il
grande pittore molfettese (di cui proprio in
questi mesi è aperta a Bari, nel Castello Svevo,
un'importantissima mostra), potrebbe aver lasciato anche a Giovinazzo una
testimonianza della sua arte, come ne lasciò a Molfetta, a Terlizzi
e nelle varie città d'Italia e di Spagna, in
cui egli visse e operò.
Va
infine detto, per completezza di informazione, che al prof. Gaetano Lorenzoni, nonno del prof. Maurizio, l'allora soprintendente
arch. F. Schettini affidò, nel lontano 1954,
il restauro del quadro della nostra Protettrice
la Madonna di Corsignano,
che è in cattedrale; e che il padre, il compianto Raffaello Lorenzoni, salvò con la sua preziosa opera,
da sicura rovina, molte opere d'arte esistenti nelle chiese di Giovinazzo.
Una
tradizione di arte e di alta professionalità, che fa onore alla famiglia Lorenzoni
e alla nostra città.
Conclusione
Alla
fine di maggio del corrente anno 1993, sul Palazzo di Città, la signora Bozzi-Lorenzoni
ha consegnato nelle mani del sindaco Saverio
Andriano il dipinto restaurato;
La
dott.ssa Tocci ha disposto che il quadro, racchiuso in una nuova cornice, sia
stabilmente sistemato nello studio del sindaco e collocato su di una parete,
lontano dai raggi diretti del sole e da fonti di calore; ha stabilito inoltre
che il Comune provveda all'installazione di un impianto antifurto per la
salvaguardia di un'opera, che oltre ad avere un valore storico ed affettivo, ha
altresì un valore commerciale notevole.
Al
fine di evitare lacerazioni sul quadro restaurato, la dott.ssa Tocci ha
suggerito di non collocare su di esso le due antiche corone d'argento, ma di
fissarle su di una fotografia del dipinto, da racchiudere nell'antica cornice
del 1851 e da conservare nello stesso studio del sindaco.
Il
dott. Giuseppe Daconto, con il suo intervento, ha consentito il realizzarsi di
un antico sogno e il recupero di un'opera, che appartiene al patrimonio
artistico, storico e spirituale della nostra comunità cittadina.
A
lui vanno i ringraziamenti, che «Il tocco del bombaun» gli rivolge a nome di tutta la cittadinanza.
In
questa circostanza il giornale formula altresì l'augurio che altri, privati o
enti, seguano il suo nobile esempio.
(prof. Vincenzo Rucci)
da
"Il Nuovo Tocco del Bombaun"
ANNO IX N.
8
(agosto
1993)
- - - - - - -
- - - - -
D'ALTRI TEMPI
L'essere riuscito a vedere finalmente restaurata la
tela settecentesca della «Madonna di Corsignano
con Bambino», che è vissuta con me nei miei primi diciotto anni di vita, mi
induce innanzi tutto a ringraziare il Buon Dio, che mi ha data la possibilità,
e quanti hanno collaborato ed in modo
particolare il Prof. Vincenzo Rucci,
che mi ha guidato ed inculcato tanto coraggio per poter portare a compimento il
restauro stesso, nonché l'esimio Monsignore Don Nicola Melone, il quale aveva
già vissuto per lunghi anni le stesse ansie per i restauri delle varie opere
esistenti nella nostra Cattedrale, ed ancora l'ex Sindaco Ing. Berardi, l'attuale
Sig.
Saverio Andriano e l'Assessore Dott.ssa Nacci.
Voglio però, contemporaneamente, con la mia
presente esposizione tramandare ai posteri alcuni particolari di vita semplice giovinazzese,
che gli anziani forse ricordano, ma
che i giovani ignorano.
Quel quadro della «Madonna» che è stato in
passato venerato dalla popolazione di Giovinazzo,
è sempre stato gelosamente custodito presso la mia famiglia,
su di un apposito altarino, con sempre una lampada ad olio accesa e con fiori,
che per fortuna non mancavano mai nel nostro giardino.
Detto quadro, nonostante il suo peso non
indifferente, veniva portato in giro per il paese da una donna, due o tre volte la settimana, battendo una zona per volta della città, insieme ad
una robusta cassetta in legno pesante, chiusa a chiave, con sopra una piccola
fessura in cui il popolo infilava le monete dell'epoca e cioè un soldo (5 cent.)
o due soldi (10 cent.), coniati in lega di
rame, o 4 soldi (20 cent.) in lega di alluminio. Nei giorni di paga della
Ferriera o di rimesse dagli emigrati in America, la cassetta, anche se completamente
piena, diveniva tanto pesante da costringere la donna addetta a ritirarsi prima
del completamento del giro della zona assegnatagli od a cambiare la cassetta con l'altra che avevamo
di riserva a casa. L'ultima donna che ha
avuto questo incarico di grande fiducia si chiamava Angelina De Palo, abitava
nei pressi di casa nostra in via Sisto
Colletta, ed i suoi due figli, un uomo ed una donna, emigrarono in giovane età
in Australia, donde, se leggessero queste
righe, sarei ben lieto di ricevere loro notizie.
Lo
stesso quadro era pesante anche perché dietro il vetro che lo proteggeva (che
veniva ben pulito perché erano molte le
impronte dei baci dei fedeli), erano sistemati tanti oggetti in oro, anelli, collanine,
braccialetti, i quali, battendo nel lungo cammino, oltre ad un caratteristico
tintinnio, hanno col tempo rovinato parecchio la pregiata tela, ora finalmente
restaurata.
Quando
famiglie con ammalati gravi ci chiedevano di trattenere nelle loro case il
prezioso quadro per qualche giorno, lo consentivamo di buon grado, per la
smisurata fiducia che si aveva allora verso il prossimo e che non è mai venuta
a mancare.
Le suddette cassette di raccolta, che non potevano mai riempirsi completamente perché sarebbero divenute troppo pesanti, al rientro la sera venivano aperte e svuotate e io (rinunziando a volte a correre a giocare con gli amici in Piazza) con mia sorella Maria (deceduta il 1939 a 21 anni) e mia Madre (dopo il quotidiano Rosario) avevamo il compito di contare con massima cura il denaro raccolto, confezionando dei rotolini avvolti in carta speciale, quella in cui si avvolgeva la carne dei macellai, di colore marroncino chiaro, distinguendo ovviamente le confezioni da uno, due o quattro soldi. Passavamo poi detti rotoli a negozianti in cambio di monete d'argento da lire cinque o dieci, e queste a loro volta in cambio di monete di maggior valore di carta, che venivano custodite gelosamente a casa per poi consegnarle alla Commissione per la Festa patronale in agosto.
In
quell'epoca si raggiungevano cifre alte, che coprivano buona parte delle spese
per i festeggiamenti. Se non ricordo male un anno si racimolarono circa L.
4.000, che, raffrontate all'equivalente di oggi, formano una cifra veramente
molto alta. Si tenga presente che negli anni trenta le paghe degli operai erano
di poche centinaia di lire, che confrontate
con quelle attuali, ci si può rendere conto dell'importanza e della utilità di
quella raccolta di denaro.
Devo
inoltre ricordare che molto frequentemente ci venivano consegnati come «ex voto»
oggetti d'oro da parte dei fedeli, che custodivamo in posti segreti, vero e
proprio tesoro della Madonna, e che fu purtroppo consegnato l'ultima volta alla
Patria per volontà superiore nel 1935, in presenza e con regolare verbale,
delle autorità civili, religiose e militari dell'epoca di Giovinazzo,
ricevendo in cambio il Comune, in seguito, alcune centinaia di migliaia di lire
in Buoni del Tesoro. Ricordo che, per valutare i singoli oggetti era presente
anche quel mattino l'orologiaio orefice Sig.
Nicola Risotti, che aveva un piccolo negozio in Piazza Umberto I.
Nel
1940 poi, essendo deceduta anche la mia cara mamma, rimasto unico componente
della famiglia e dovendo partire a compiere il servizio militare durante il
periodo bellico, fui costretto a mettere a disposizione dell'Autorità comunale
il quadro in argomento, interrompendo così una tradizione ormai secolare della
mia famiglia.
Chiudo
con l'augurio che il Buon Dio possa far tornare il popolo giovinazzese
a venerare come prima quella sacra immagine della Madonna, nostra protettrice.
(Giuseppe
Daconto)
da
"Il Nuovo Tocco del Bombaun"
ANNO IX N.
8
(agosto
1993)
- - - - - - - -
COLLOCATO NELLO STUDIO DEL SINDACO
IL QUADRO DELLA MADONNA PELLEGRINA
Con
una significativa e breve cerimonia nello studio del Sindaco, il 17 agosto il
dott. Giuseppe Daconto ha consegnato nelle mani del Sindaco Sig. Saverio
Andriano il Dipinto della Madonna Pellegrina, per la sistemazione definitiva.
Per
motivi di cronaca vogliamo ricordare brevemente, che il dott. Daconto ha
provveduto a suo totale carico al restauro del Dipinto che ampiamente e
magistralmente la penna del Preside Prof. Vincenzo Rucci ha esposto
nell'articolo pubblicato sul nostro mensile il mese di agosto 1993. Ed è stato
proprio il Preside Rucci, dopo la benedizione del Dipinto da parte di Mons. Don
Nicola Melone e le parole di consegna da parte del Dott. Daconto e le parole di
ringraziamento da parte del Sindaco Andriano, ad evidenziare il valore
pittorico, storico e religioso del Dipinto che adesso i giovinazzesi potranno
ammirare nello studio del Sindaco, come anche a significare il valore di
protezione verso tutta la comunità.
Erano
presenti fra gli altri (ce ne scusiamo con gli esclusi):
La
Sig.ra Daconto, i figli, Prof. Antonio Daconto e Sig.ra, il Generale Ottavio
Daconto e figli, il dott. Alfredo Magenta e Sig.ra, dott. Benedetto Fanelli,
Dott. Marco Palmiotto, Cav. Francesco Errico, Dott. Ferdinando Messere, Dott.
Domenico Messere, Dott. Ruggiero Messere, Dott. Ciccio Valentino, il Vice
Sindaco prof. Michele Piscitelli, l'Assessore alla P.I. Prof. Damiana Nacci e il
nostro Direttore.
da "Il Nuovo Tocco del Bombaun" ANNO IX N. 9 (settembre 1993)