Egregio
Signor Direttore,
sono un autista dell'AMET, stanco di raccogliere commenti sarcastici dai
viaggiatori ogni volta che si effettua la fermata in piazza Vittorio Emanuele.
Mi
riferisco al glorioso orologio che sovrasta la facciata del Palazzo Comunale e
che, da tempo immemorabile segna la fatidica ora 0.57 di un giorno che io non
ricordo, ma che, per l'Amministrazione Comunale deve certo avere una enorme
importanza storica.
Chiedo,
dunque, portavoce anche degli ignari circa l'evento suddetto, che mi sia
spiegato l'arcano o, nella lontana ipotesi che tale mistero non esista, che
l'orologio sia rimesso in funzione e, possibilmente, in orario.
Ringrazio
e porgo cordiali saluti.
(segue la firma)
Sig. . . . . .,
la sua lettera ci ha fatto tornare alla mente l'orologio, quello si «glorioso», che tanti anni fa scandiva le ore dalla facciata del vecchio Palazzo Comunale, demolito (quale errore!) per far posto all'attuale (quale orrore!).
Quell'orologio funzionava alla perfezione (come funzionava quello, pure fermo da tempo antico, della facciata dell'edificio della Scuola elementare «S. Giovanni Bosco») perché era amorevolmente «curato» dal caro orologiaio don Nicola Risotto al quale il Comune dava un irrisorio compenso annuo.
E ci era molto utile. Pochi di noi avevano allora l'orologio al polso e il vecchio orologio della piazza era lì a ricordarci puntualmente gli appuntamenti importanti della giornata.
Oggi che l'orologio da polso l'abbiamo tutti, uomini e donne, grandi e piccoli, non avvertiamo più il bisogno né di guardare né di regolare l'ora su quello del Municipio. Compresi gli amministratori comunali.
E di questo pare che il nuovo automatico orologio sia, diciamo così «consapevole» e perciò sta fermo, in attesa che qualche «addetto» si ricordi della sua esistenza e lo rimetta in funzione, anche per chiudere la bocca di quei maliziosi che potrebbero dire che l'orologio è fermo come il «Palazzo», su certi problemi sui quali prima o poi, piccoli o grandi che siano, bisognerà ritornare.
da " ‘u Tammurre " Anno I N. 2 (maggio 1981)