IL
SARCOFAGO DI PETILIA
. . . . Il monumento più significativo dell'intero patrimonio epigrafico è un sarcofago decorato con bucrani e ghirlande rinvenuto a Giovinazzo.
.
. . . Il
sarcofago fu rinvenuto nel 1560 nel corso dello scavo delle fondamenta del
palazzo Moroli: ne dà notizia nel 1564 Giovanni Antonio Paglia di
Giovinazzo nel manoscritto Vaticanus Latinus 5241 (p. 583), ulteriori
informazioni sul rinvenimento ed una nuova trascrizione del testo nella
Istoriae della città di Giovinazzo di Ludovico Paglia (1700), discendente
dell'erudito precedente. Il sarcofago fu collocato nella villa della
famiglia Giudice, dove lo vide ancora alla fine del XVIII secolo Emanuele
Mola, poi se ne persero le tracce. Mommsen non vide personalmente il
monumento e nella sua edizione dell'epigrafe (CIL IX, 307) non si pronuncia
sulla sua reperibilità e dipende per il testo della traduzione precedente.
Il sarcofago attualmente è conservato nel giardino della settecentesca
villa Meo-Evoli situata nell'agro di Monopoli, in contrada Cozzana: tale
collocazione si spiega con la collezione di materiali antichi che Vito
Giuseppe Martinelli, cui si deve la costruzione della villa, realizzò negli
ultimi decenni del 18° secolo.
La
descrizione del sarcofago, che a base rettangolare e sezione trapezoidale,
ed il suo inquadramento tipologico è stato oggetto di specifica attenzione
nello studio di Luigi Todisco sui sarcofagi a ghirlanda di produzione apula.
L'epigrafe
è incisa su una tabella rettangolare, espressa a rilievo e collocato sul
lato frontale del sarcofago. Il testo iscritto è piuttosto corroso,
soprattutto nelle ultime tre righe; le lettere risentono della scriptura
actuaria: si vedano per esempio i tratti orizzontali inclinati verso l'alto
della E e della F e la G arrotondata alla 1.5; ombreggiatura pressoché assente,
ha interpunzione regolare.
Misure
(espresse in centimetri): alt. 56; lati maggiori: lung. lato super: 175; lung.
lato inf.: 162; lati minori: lung. lato sup.: 65; lung. lato inf. 60.
Specchio epigrafico: alt. 25; larg. 41.
Lettere: 11. 1-5:2,6-2,7.
D
M s
Petiliae
Q f Secundinae
sacerdoti Minervae vix
ann
VIIII, m VII, d XVIII; ob infa
tigabilem
pietat eius Messi
a
Dorcas mat infle filiae d b m f.
(Trascrizione:
D(is)
M(anibus) s(acrum)
Petiliae
Q(uinti) f(iliae) Secundinae
sacerdoti Minervae vix(it)
ann(is)
VIIII, m(ensibus) VII, d(iebus) XVIII; ob infa_
tigabilem
pietat(em) eius Messi
a
Dorcas mat(er) infle(cissima) fil(iae) d(ulcissimae)
b(ene) m(erenti) f(ecit).
Il
monumento è dedicato a Petilia Secundina, di condizione ingenua (nata
libera), sacerdotessa di Minerva, morta a nove anni, sette mesi diciotto
giorni, dall'infelicissima madre Messia Dorcas per l'instancabile amore che le
porta.
I riferimenti alla sola Minerva non sono numerosissimi se confrontati con quelli che la vedono in collegamento con le altre divinità della triade capitolina (Giove e Giunone), ed è abbastanza eccezionale, nella documentazione superstite la menzione di un sacerdos Minervae. In generale la documentazione del culto di Minerva nella seconda regione augustea che comprende l'Apulia et Calabria e il territorio degli Hirpini, è piuttosto consistentemente diffusa.
.
. . . Come
si ricava dall'età di Petilia Secundina, il sacerdozio del culto aveva
indubbiamente carattere onorifico: segno ulteriore di suo rilievo, ma
anche del prestigio della gens Petilia in seno alla comunità locale.
Petil(l)ius
è gentilizio altrimenti inattestato in Apulia, documentato invece in un
epitaffio rinvenuto nell'agro brindisino, databile al III secolo; più
consistente la sua presenza in Irpinia e nella Sabina (18). Messius, il
nomen della madre di Secundina, è gentilizio di origine osca, largamente
attestato in Campania, dov'è presente già in età repubblicana, ed in area
sannita (19); in Apulia et Calabria è documentato a Lucera (CIL IX, 807),
Venosa (CIL IX. 445, 541), Taranto (CIL IX, 248), Brindisi (CIL IX, 143).
Per
quanto concerne la cronologia dell'epigrafe, la struttura del testo ed i caratteri
paleografici, considerato anche l'uso locale, indicano una datazione
difficilmente
antecedente al III secolo.
(Marina Silvestrini)
da
"Il Nuovo Tocco del Bombaun" Anno VIII N. 2
(febbraio 1992)
NOTE
(omissis)
(*)
A questo studio, (già pubblicato nel periodico «Da Bitonto» anno VII, n. 1
gennaio 1989), aveva già dedicato una particolare attenzione A. CASTELLANO,
le cui osservazioni furono pubblicate nel periodico «Il nuovo tocco del
Bombaun», anno IV, n. 11, novembre 1988.