IL PORTO

 

E' mia ferma convinzione che la parola «porto» debba portare decisamente iella a Giovinazzo.

Vuoi che sia «porto rifugio», vuoi che sia «porto di quarta classe», vuoi che sia «porto peschereccio», certa cosa è che ogniqualvolta si è parlato di «porto» a Giovinazzo o ci si è messo un certo «verevigghje» (gioia del cuore) al riguardo, è senz'altro subentrato un fatto «eccezionale» che ne ha impedito la realizzazione.

Ma più che il termine «porto» io ritengo che la iattura è venuta le quante volte all'ansia della realizzazione del «porto» si è data la iattanza di festose cerimonie inaugurali, dello sbandieramento di conquiste politiche, di esaltante traguardo sociale.

E ciò non è avvenuto una volta sola !

Purtroppo il fenomeno si è verificato per ben quattro volte nel corso della storia più recente.

La prima volta avvenne nel 1883 e precisamente il 23 marzo di quell'anno quando il Ministro dei Lavori Pubblici On. Baccarini venne a Giovinazzo, accolto con bandiere, festoni, coperte ai balconi, banda musicale e cittadini osannanti, il quale ascoltò, in Piazza Venturieri su un palco riccamente addobbato, gli oratori che si susseguirono sull'argomento e promise il «porto rifugio» per i numerosi velieri di Giovinazzo; e di fatti in base al Testo Unico 3095/1885 tra i porti da sistemare fece comprendere quello di Giovinazzo, comecché appartenente alla quarta classe della seconda categoria. Ma gli eventi politici travolsero ogni buona intenzione e non se ne fece niente, soprattutto perché la spesa doveva andare a carico dei comuni interessati.

Poi nel 1919 quando, ad occasione delle Feste Patronali, fu costituito un «comitato esecutivo» per la costruzione di un «porto peschereccio» e il Corriere delle Puglie diè notizia del comizio del 12-9-1919 al quale intervenne nella Piazza Vittorio Emanuele II, gremita, un popolo frenetico che non si stancava mai di applaudire.

Ma... dopo numerose traversie, le patrie casse erariali si svuotarono e il 2-10-1924 il Ministro Sarrocchi comunicava l'indisponibilità del bilancio ad affrontare la prevista spesa di tre milioni.

Si giunse così al 1940, quando la commissione Generale del Bilancio nella tornata del 26-4-1940 comprendeva fra i porti rifugio da sistemare e completare anche quello di Giovinazzo, ponendo a carico dello Stato l'onere della spesa, ed anche questa volta non mancarono cerimonie, discorsi e mortaretti, ma, guarda caso, qualche mese dopo fu la guerra e non fu certo il caso di badare più al nostro porto.

E non è finita: finalmente si giunse al 6-5-1951, «data memorabile da scolpire sui duri macigni che invano i marosi colpiranno nei secoli», come enfaticamente scrisse un amministratore del tempo, ma... ahimè! non voleva quegli essere profeta di sciagure; purtroppo però ancor prima che l'opera fosse compiuta fu inghiottita dal mare ed ora qualche blocco ancora affiora ben visibile dal lungomare di levante a testimoniare una speranza svanita.

Ma l'idea fissa del giovinazzese fu il porto, così come i politici utilizzarono quell'idea dei giovinazzesi come specchio per le allodole; sicché se questo non si potè avere ci si accontentò di una banchina d'attracco nella cala porto che pur realizzata senza pretese, resse e regge all'ira del mare.

Forse, non forse, certamente entusiasmato dal successo e, visto che ormai di porto a Giovinezze non era più a parlare, quanto meno per scaramanzia, anche perché dopo l'ultimo disastro nessuno più osava pronunziare la parola «porto» né in pubblico né in privato e meno che mai nei comizi, si virò di bordo e si aggirò l'ostacolo.

Si cominciò a fare inserire nella mente di tutti la necessità di una diga frangiflutti a protezione delle case dei pescatori che affacciano, quasi a fior d'acque, sullo specchio antistante Piazza Porto e l'idea man mano aveva trovato albergo nella mente di chi manovra certe leve, anche perché i nostri avi avevano fatto una certa esperienza allo stesso oggetto cercando di limitare l'offesa delle onde di ponente e settentrione gettando alla rinfusa in prossimità delle «Tre Colonne» una serie di massi lunga oltre una trentina di metri dalla riva che ressero e reggono tutt'ora dopo secoli, dal momento che è immemorabile la data della loro posa in opera.

Fu così che venne eseguito il braccio a ponente delle Tre Colonne, che costruito, pare, con criteri esatti per calcoli e materiali, fin oggi appare resistere ad ogni aggressione, - e di mareggiate fin ora ne abbiamo avute - e speriamo che regga ancora nei secoli.

Questo fatto ha generato l'idea che già esisteva allo stato larvale di creare un altro braccio - in corso d'opera - che partendo dal «Fortino», andasse a chiudere lo specchio d'acqua raggiungendo o superando 1'estremità della diga di ponente e lasciando una capace imboccatura per entrare, diciamo così, nel «porticciolo», sempre che anche questo termine non sia pregiudizievole!

Allo stato non resta che concludere con un augurio: che le opere in corso siano portate a compimento e che quello che oggi si presenta come diga frangiflutto, col tempo sia attrezzato in modo da divenire «porticciolo turistico» che, oltre a dare rifugio alle barche da pesca, assolva a quelle funzione cui la nostra città in questi ultimi anni sembra particolarmente deputata e da cui potrà ricavare considerevoli risorse integrative l'economia cittadina.


   
(avv. Giuseppe
Camporeale)

    da " ‘u Tammurre "  Anno I   N. 6