I LAVORI DI RESTAURO DELLA CATTEDRALE

(1981)

 

Descrivere tutti i lavori eseguiti in tale sede, sarebbe lunghissimo e forse noiosissimo; ci limiteremo soltanto ad accennare a quei particolari lavori eseguiti nel transetto o presbiterio della chiesa, per gli interessanti rinvenimenti avvenuti e per le implicite conseguenze che gli stessi comporteranno per la storia e l'arte dell'antica cattedrale.

In un articolo pubblicato sul n. 8, dicembre 1960, del "Tocco del Bombaun", diretto dal compianto dott. Raffaele De Pergola, intitolato "Colonne", il prof. Vincenzo Rucci cosi concludeva, riferendosi alle colonne dell'antica cattedrale: "Racchiudono gli attuali pilastri della chiesa qualche pezzo delle antiche, colonne? La risposta potrebbero darla dei 'saggi' da condursi con intelligenza e coraggio!".

L'interrogativo che il Rucci, da serio studioso delle cose patrie si poneva, era anche la manifestazione  di  quella deludente incertezza derivante dalla carenza delle fonti storiche e documentarie e del loro silenzio in merito.

Infatti pochissimo i documenti e brevi e fugaci descrizioni gli storici ci hanno trasmesso sull'architettura e sulla decorazione dell'antica cattedrale romanica. Questo interrogativo ci è servito da guida durante tutti i lavori e, all'occasione, ha suggerito l'esecuzione di una serie logica di "saggi" di verifica, condotti in parallelo con i pochi elementi forniti dalle fonti storiche.

Il primo saggio venne operato nella zona di attacco del transetto con le navate, con il rinvenimento degli originari pilastri romanici, del tipo composito con semicolonne addossate ai lati, sormontati da capitelli di varia forma, all'interno dei piloni in muratura realizzati nella trasformazione settecentesca della chiesa. È l'inizio di una serie di "saggi" che, come si specificherà meglio appresso, chiariranno in maniera esauriente l'estensione e le varie fasi di sviluppo della trasformazione settecentesca.

Dall'analisi delle strutture originarie rinvenute, in relazione anche a quelle successivamente realizzate, si è potuto constatare con certezza che il corpo longitudinale dell'antica chiesa con le sue tre navate, separate da quattro colonne e due pilastri per lato, venne completamente demolito sino a quota inferiore all'attuale pavimento e, l'enorme quantitativo dei materiali di risulta riutilizzato in gran parte nella sua ricostruzione e nelle forme attuali.

Il transetto viene mascherato all'interno dalle strutture barocche, in proiezione a quelle realizzate nel corpo longitudinale; la cupola ribassata e le volte a botte laterali, poggianti sui piloni in muratura tirati su sin dal pavimento della sottostante cripta, nasconderanno definitivamente il tetto con le sue capriate in legno e i rosoni delle testate del transetto, le cui pareti antiche gli stucchi e gli intonaci finiranno di coprire assieme alle absidi laterali, essendo quella centrale già nascosta dalle tele del Carlo Rosa sin dal 1676.

I lavori di trasformazione della cattedrale vennero iniziati il 1720 e non il 1734, come sostenuto sino ad oggi, secondo i disegni di un concreto progetto e su iniziativa del Vescovo Giacinto Chiurlia (1693-1730), frate domenicano e patrizio di Giovinazzo; già nel 1726 i lavori erano quasi ultimati nella parte strutturale.

È l'occasione questa di chiarire una volta per sempre la responsabilità che gli storici attribuiscono al vescovo Paolo De Mercurio e, di spezzare una lancia a suo favore, per questo vescovo di vasta cultura, di "infausta memoria", il quale ebbe se mai, la gravosa responsabilità di portare a termine i lavori di completamento della decorazione all'interno della chiesa, riconsacrata nel 1757 dal suo successore, Giuseppe Orlandi.

La presenza di strutture romaniche, rimaneggiate e nascoste dalle sovrastrutture barocche, la loro ricerca e analisi nel contesto architettonico, in particolare a livello degli ambienti soprastanti le due porte laterali, nella zona di attacco navate-transetto, l'esistenza al di sopra ed ai lati dell'arco trionfale delle mensole di appoggio delle capriate del tetto del transetto, rifatte dal Vescovo Antolinez Bricianos de la Ribera (1554), costituivano elementi validi per ipotizzare l'esistenza di colonne o pilastri di sostegno di queste antiche strutture, annegate nei piloni in muratura realizzati nel 1720. Inoltre era praticamente impossibile, e lo sarebbe anche oggi, con tutte le risorse della tecnica moderna, operare la sostituzione dei pilastri originari con altri in muratura, sotto l'azione dei carichi enormi trasmessi dalle sovrastanti strutture.

È apparso chiaro che, questa parte del presbiterio, sull'asse delle due porte laterali, ha assunto l'importante funzione di nodo, nella evoluzione dei lavori eseguiti nel '700, la cui esecuzione si è articolata in due distinte fasi di intervento: la prima, quella della demolizione totale delle navate e ricostruzione del corpo longitudinale in forme più ampie, con allargamento trasversale, durante la quale il transetto certamente ha continuato ad essere utilizzato per le funzioni religiose e, quella di trasformazione dello stesso transetto, le cui nuove strutture, mascherando le antiche, vengono raccordate e saldate a quelle del corpo longitudinale, sul predetto asse, completandosi in tal modo la ristrutturazione architettonica del tempio.

I "saggi" hanno confermato le ipotesi costruttive; l'esistenza di archi trasversali all'attacco navate laterali-transetto ha orientato la localizzazione e la prosecuzione degli stessi saggi sui muri perimetrali del transetto, con il rinvenimento di altri pilastri compositi a parete.

Sui bellissimi capitelli è visibile ancora, parte dell'imposta degli archi longitudinali delle navate, poggianti un tempo sulle antiche colonne, abbattute e disperse.

I "saggi" estesi anche alla base dei pilastri romanici, in prossimità della porta laterale nord, verso la sagrestia, mostrarono un fatto interessante; il pavimento attuale della chiesa era stato nel '700, traslato verticalmente di circa mt. 0,50 rispetto all'originario livello, allo scopo di ottenere al disotto delle navate, ambienti adatti e funzionali da destinare alle varie confraternite ed ai loro sepolcreti. Risultava di conseguenza un dislivello tra il pavimento attuale del presbiterio e quello originario delle navate di mt. 0,95, quasi un metro, eccessivo e in contrasto con quanto tramandato in una descrizione della cattedrale risalente al 1662, in cui si parla di tre gradini che separavano il piano della chiesa dal presbiterio. (Relatio ad limina del vescovo Michelangelo Vaginari).

Si accertava con misurazioni, tra l'intradosso delle volte a crociera della cripta e l'attuale pavimento del coro, lo stesso spessore di mt. 0,95, assurdo per le stesse strutture romaniche della cripta. L'inspiegabile fatto costruttivo risultava inoltre in contrasto anche con l'altezza del basamento dei pilastri romanici di raccordo dei livelli originari della chiesa.

Unica e sola ipotesi valida restava quella, che il piano del presbiterio, a seguito della traslazione del pavimento delle navate, fosse stato anch'esso innalzato ricorrendo ad un riempimento o rinterro delle stesso, ricreando cosi, senza tanti problemi, il dislivello originario dei famosi tre gradini.

La verifica infatti si è avuta al primo saggio di scavo, che ha riportato alla luce, a quasi 55 centimetri al di sotto dell'attuale pavimento, i resti dell'antica meravigliosa pavimentazione musiva del transetto.

La sensazionale scoperta di questa pavimentazione musiva, conclude, quasi a coronamento, una serie di "saggi", e chiarisce tanti interrogativi sulle varie trasformazioni della chiesa, di cui si era persa memoria e delle quali i documenti o le fonti storiche tacciono completamente.

Gli scavi parzialmente eseguiti hanno portato alla luce frammenti significativi di pavimentazione musiva con e senza figure, di varia composizione strutturale e formale oltre a resti di strutture murarie relative alle originarie transenne di separazione della zona centrale del presbiterio, riservata al culto, da quelle laterali, in prosecuzione delle navate laterali, un tempo accessibili ai fedeli.

I pochi elementi emersi a tutt'oggi sono sufficienti a ricostruire la composizione degli spazi dell'antico presbiterio e dare un'idea della meravigliosa decorazione musiva, estesa certamente all'intera superficie del transetto.

In sintesi, per non dilungarci, si è rilevata l'esistenza di tre distinte zone di pavimentazione musiva, una centrale e due laterali poste tra le antiche transenne e le pareti del transetto, in una delle quali è stato rinvenuto un frammento musivo con figura umana, separata da una semplice cornice dal riquadro adiacente raffigurante un tempo un animale (leone!) e di cui restano soltanto gli arti posteriori, eleganti nel disegno.

Nella zona centrale la pavimentazione è articolata in due fasce laterali, a ridosso delle transenne, parallele all'asse della chiesa, sul prolungamento del colonnato originario delle navate, realizzato in mosaico a grandi tasselli in pietra calcarea, variamente sagomati e disposti a disegni geometrici elementari, quali rombi, rosette, a scaglie, ecc. ..., è dello stesso tipo rinvenuto nell'antica chiesa di S. Maria del Buon Consiglio in Bari Vecchia e risalente all'XI secolo. Queste fasce cosi pavimentate erano eventualmente destinate a contenere gli antichi scanni o sedili del coro, riservati al capitolo ed alle autorità della Cattedrale, e limitano, senza soluzione di continuità, la pavimentazione a mosaico della zona centrale del presbiterio, la più ricca e rappresentativa oltre che artisticamente la più bella, in prossimità dell'antico altare a ciborio.

Dai frammenti sin'ora portati alla luce, si può già dedurre che la pavimentazione centrale era suddivisa in due grandi composizioni figurative, separate da una leggiadra cornice a linee intrecciate; ai lati, questi grandi "quadri o affreschi a pavimento", erano limitati da una decorazione a rombi, ovuli e rosette alternati, dal bell'effetto compositivo.

Il mosaico centrale, costruito con tesserine di piccole dimensioni e dalle molteplici sfumature di colore, è come il resto della pavimentazione, da datarsi all'inizio della seconda metà del secolo XII e non oltre il 1180.

Di queste due grandi rappresentazioni, gli scavi hanno restituito tra l'altro un frammento raffigurante due guerrieri, di cui uno parzialmente, con lancia e scudo delineati sullo sfondo di una porta di un castello e della cinta fortificata di una città.

Poco, ma si può benissimo intuire che il mosaico raffigurasse certamente un episodio importante collegato all'origine della chiesa, ai suoi fondatori o a un fatto saliente della storia stessa della città di Giovinazzo.

Sulle fasi di costruzione ed evoluzione di tale importante zona della chiesa e sui suoi mosaici, è necessario un discorso più dettagliato, richiesto dalla loro stessa importanza, confortato dalla verifica e ricerca di fonti documentarie, argomento questo per soffermarsi e discuterne in altre occasioni.

La problematica connessa a tali mosaici, sia dal punto di vista storico che artistico appare quindi complessa e apre nuovi orizzonti, a chiarimento della lunga e tormentata storia della nostra antica cattedrale e sulle sue origini. I metodi di indagine e di verifica, da quello storico e critico a quello archeologico, non mancano, sperando che, con la ripresa dei lavori e degli scavi, vengano alla luce altri resti della pavimentazione musiva a chiarire l'insieme   della decorazione.

Allo stato attuale è in fase di elaborazione, per il restauro, la sistemazione e valorizzazione di questa importante zona della chiesa, una soluzione progettuale in corso di definizione con il Provveditorato alle OO.PP. di Bari e la Soprintendenza ai Beni Architettonici ed Artistici della Puglia. 

(ing. Ezio De Cillis)

da "Il Nuovo Tocco del Bombaun"   ANNO I  N.  3/4
  
         (agosto/settembre 1985)