LA CHIESA DI S. MARTINO

E LA LEGGENDA DEL TESORO

 

Forse è la prima volta nella storia secolare del casale, che non si sia festeggiato come negli anni passati la festività di S. Martino presso l'omonimo casale sulla provinciale Giovinazzo-Terlizzi a 9 km da Giovinazzo. Negli anni passati oltre alla celebrazione di messe e alla presenza del vescovo, in quanto il casale appartiene alla mensa vescovile di Giovinazzo, ma dato in commodato al Comune di Giovinazzo recentemente, con larga partecipazione di fedeli provenienti dalle città limitrofe come Terlizzi, Bitonto, Molfetta oltre che da Giovinazzo, si accendevano fuochi d'artificio e si creava un'atmosfera di festa alla quale partecipavano anche i cittadini intenti in questo periodo alla raccolta delle olive.

Quest'anno nulla di tutto questo, perché il casale, le foto sono chiara testimonianza, è stato preso di mira dai dissacratori delle opere del passato ed è in stato di abbandono completo. L'altare della chiesa S. Martino completamente abbattuto, una lapide del 1960 frantumata dopo essere stata divelta dal muro, porte e finestre bruciate.

L'edificio è di notevole pregio architettonico oltre che storico. Infatti la chiesa, ad una sola navata, fu costruita nel 1124 e sorgeva al limite con il territorio di Bitonto e ne segnava il confine. Accanto ad essa nel XV secolo sorse la sede estiva del vescovo di Giovinazzo, data la posizione elevata del casale.

Con atto del notaio Francesco De Angeli del 10 dicembre 1555, il nobile giovinazzese Giacomo Zurlo, dimorante in Napoli, lascia al vescovo di Giovinazzo Mons. Bricianos de Ribera, familiare di Carlo V Imperatore "terre, piscina, edifici, chiesa S. Martino, torre San Martino, ed altro, in cambio di suffragi annuali per l'anima sua e dei suoi famigliari".

La "casina" comprende numerosi vani e una alta torre a base quadrangolare.

Il vescovo Mons. Bricianos nel 1560 partecipa al concilio di Trento, secondo alcuni storici locali, dopo aver trasformato la costruzione in comoda villa.

Nel 1611 il vescovo Masi apportò miglioramenti alla costruzione e il vescovo Costantini nel 1840 eseguì lavori di restauro. Alcuni anni or sono è stato trafugato lo stemma in pietra del vescovo Masi.

La "casina" ha sempre suscitato soprattutto nei giovinazzesi un senso di suggestione per una complessa leggenda che vi fiorì: la leggenda del tesoro. Giuseppe De Ninno, Saverio Daconto e don Filippo Roscini, storici giovinazzesi hanno affrontato con spirito critico la leggenda del tesoro e in ultimo il prof. Beniamino Andriani che in un opuscolo mette a confronto analizzando le tre versioni, sostenendo che la più probabile appare quella del Daconto.

Secondo il De Ninno l'origine della ricchezza del prete Buonhomo sarebbe un tesoro rinvenuto a S. Martino e colto con un omicidio.

Il dott. Daconto che si mise a cercare fra i documenti esistenti nell'Archivio di Stato di Bari, o meglio tra le schede dei notai che operarono in Giovinazzo nel tempo in cui visse don Giuseppe Buonhomo e che espose il frutto di tali ricerche nella II parte del Saggio Storico sull'antica città di Giovinazzo, esclude che ci sia stato di mezzo un delitto.

Don Filippo Roscini esclude l'esistenza di un tesoro e quindi del delitto e parla di qualità di economo e negoziatore di don Giuseppe Buonhomo.

E al tesoro accumulato dal sacerdote don Buonhomo è collegata la costruzione del grande convento domenicano, oggi Istituto Vittorio Emanuele II, la cui imponenza architettonica e grandiosità, impressiona qualsiasi visitatore.

Intanto per lungaggini burocratiche il restauro conservativo preparato dall'Ing. Ezio De Cellis, ed approvato già nel 1985 dal Comune di Giovinazzo non può avere inizio.

Domani, potrebbe essere troppo tardi.

  

LA LEGGENDA DEL TESORO
 

Il dott. Saverio Daconto riporta la leggenda del tesoro, cosi come gli fu esposta per iscritto da un signore di Giovinazzo, leggenda raccontata all'anonimo estensore dal padre e che a sua volta l'aveva ricevuta dal padre suo.

"Passeranno secoli e forse la tradizione del tesoro di S. Martino continuerà a tramandarsi di padre in figlio ravvolgendosi sempre più nell'inverosimiglianza e nell'assurdo, da farla ritenere, più che storia, una fiaba creata da mente feconda. Ma noi volendo eliminare questo tristo lavorio del tempo, ed amanti sempre d'informare i nostri posteri, come realmente i fatti avvennero, imprendiamo a narrarla come meglio ci è possibile, desumendola da documenti e narrative avute da persone incapaci di mentire, che ricordavano il Casino come era rimasto dopo la presa del tesoro da convincerci sempre più che essa è vera storia, e storia delittuosa, come diremo.

"Cavato dunque nel centro della stanza ... si presentò la volta di un altro vano sottostante, che sfondatala, discesero in un piccolo stanzino, in faccia al muro del quale stava pittato a terra rossa un putto o angioletto, col braccio teso e con l'indice della mano indicare un punto del pavimento, in qual sito postosi novellamente a scavare si presentò alla lor vista una gran cassa, della quale infranto il copercio la videro piena di moneta di argento ed oro, ed altri oggetti di valore, nonché una cassettina piena di pietre preziose, che il forestiero tenne per sé, riconoscendola di maggior valore e di più facile trasporto, cedendo tutto il resto all'attonito villano; il quale, lungi dal vedersi così largamente ricompensato, e sentire la più viva gratitudine per quello sconosciuto, si accese alla vista di tanta ricchezza, ed invaso dal demone dell'avidità, e della ingratitudine, e stimando che quella cassetta doveva valere più di quanto gli veniva ceduto, iniquamente decide di tutto appropriarsi, e senza più pensare, proditoriamente assale quel disgraziato col medesimo ferro ch'era servito a rinvenire tanta ricchezza e con ripetuti colpi rende cadavere chi tanto lo beneficiava. Così quell'infelice, che altro non poteva essere se non un congiunto del Briziano o qualche parente del suo servo venuto a conoscenza del deposito per rinvenuto incartamento, trova orrida morte quando credeva di raccogliere il frutto delle fatiche sofferte in sì lungo e disastroso viaggio.

Commesso l'atroce delitto e sotterrato il cadavere per sperdere le tracce di tanto misfatto, carica i due animali (quelli con cui arava) dell'intero tesoro, e torna a casa, narrando il tutto al fratello prete, che come vuole la tradizione, lungi dal sentire orrore di accogliere un omicida col frutto del suo delitto, e lodandolo forse della idea avuta di tutto appropriarsi, se ne impossessa da assoluto padrone, per quella preponderanza che il prete esercita in famiglia".

E dopo alcune considerazioni sulle ricchezze del Buonhomo e sul suo testamento, così conclude:
   
     "Questa è la storia vera del tesoro rinvenuto a S. Martino, che se in tutte le sue particolarità non può essere convalidata da titoli: pure è da ritenersi per vera, giacché l'esistenza degli attori del dramma, come quella località rimasta non alterata dopo la presa del tesoro sino a noi; tanto che mio padre me ne faceva la più minuta descrizione, sia del camerino ove fu rinvenuto il deposito, che del putto, in faccia al muro di esso pittato in terra rossa; e tante altre circostanze, che tutto impone a ritenere che la tradizione del tesoro è vera storia, come noi abbiamo alla meglio potuta narrarla per informare i nostri posteri, sperando il loro compatimento se non abbiamo potuto farlo in miglior modo".

 

    da "Il Nuovo Tocco del Bombaun"  ANNO II   N. 11
  
     (novembre 1986)