
GIOVINAZZO E LE SUE TORRI
GIOVINAZZO E LE SUE TORRI
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Edificata su due piani, appena fuori della città e verso S.Spirito, lontana dal mare, ha un solo ambiente per piano, con un vano per una scala in legno Sull'architrave della finestra aperta in facciata, l'arma dei Paglia. In alto, a livello del lastrico, si protendono due caditoie, a difendere l'unico ingresso.
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Massiccia e compatta nel suo rude paramento di blocchi scabri e nudi, appena ingentilito dallo stemma di Nicolantonio Framarino e Beatrice Rogadeo che, oltre a darle un crisma nobiliare, permette di ascrivere la costruzione alla seconda metà del XVI secolo.
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Posta in contrada Zurlo, la massiccia costruzione si sviluppa su due piani. Al pianterreno, un impianto produttivo legato all'olivicoltura ed una piccola cappella; al piano superiore, realizzate in epoca più tarda, le stanze d'alloggio. Una di queste, dalla caratteristica volta a forma di stella, immette nelle due garitte, dalla caratteristica copertura a chiancarelle, disposte agli angoli della facciata principale.
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Soffocata da una natura prepotente e selvaggia, tra cespugli carnosi di fichidindia e macchie di rovi, affiora, come un tormentato relitto di tempi lontani, la Torre Rufolo.
Messa a sacco e fuoco nel 1529 dal Principe di Taranto, del prestigioso maniero restò salva la parte inferiore, alla quale si accede attraverso un elegante portale a sesto acuto, unico elemento tuttora visibile dell'intera facciata principale, completamente nascosta, da diversi anni, da un brutto muro di tufi, eretto a prevenire un eventuale crollo. Numerosi ambienti formano il piano basso del fortilizio, al quale sono annessi alcuni locali periferici, uno dei quali adibito certamente a cappelletta, perché conserva tuttora una parete affrescata con le immagini di S.Girolamo Dalmata, S.Nicola di Bari e S.Leonardo francese. Immense volte ogivali sovrastano ampie masse murarie, una vigorosa evidenza di valori architettonici perpetuati nella pietra che qui regna sovrana.
Donata nell'anno 1974 dalla proprietaria Sig.ra Rosa Dell'Erba al Ministero della Pubblica Istruzione, ha recentemente subìto numerosi lavori di consolidamento e restauro; dopo un lungo periodo di degrado e abbandono ritornerà nuovamente a vivere: nei suoi ampi locali, infatti, ospiterà ben presto il Museo dell'olio d'oliva.
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Bisanzio Lupis, nelle sue Cronache, la chiama Torre de lo Trono. Pare che tale toponimo le derivi dall'essere stata in passato colpita da una folgore; oppure, secondo il Roscini, perché in essa si era acquartierato il famoso Cardinale Vitelleschi, in procinto di porre l'assedio a Giovinazzo.
Sorto nelle vicinanze della strada per Terlizzi, è disposto attorno ad un cortile rettangolare e comprende, oltre all'alloggio padronale, numerosi locali e una torre di difesa, sormontata da un piccolo campanile a vela. Oltre che residenza rurale fortificata, dovette assolvere compiti di coordinamento di attività agricole e sembrano esserne testimoni numerosi ruderi, vasche, stalle e una capace cisterna, disseminati tutt'intorno. Addossata alla facciata principale, una piccola cappella, dedicata all'arcangelo Michele. Sull'architrave dell'ingresso, su una lapide trafugata tempo addietro, Michele Sagarriga aveva scolpito: "Mihi, meis et omnibus" (Per me, per i miei e per tutti).
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