VILLE E CASINE DELL'AGRO GIOVINAZZESE
VILLE E CASINE DELL'AGRO GIOVINAZZESE
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Prototipo della villa costruita come ostentazione di potenza e ricchezza è la Casina della Principessa, edificata nel 1661 da Domenico Giudice, duca di Giovinazzo. Austera ed imponente, la villa si presentava, all'epoca, con un lunghissimo viale di accesso, solennemente fiancheggiato da filari di cipressi, il cui portale di ingresso prospettava sulla attuale piazza Vittorio Emanuele, proprio all'inizio di Via Agostino Gioia, strada che i più vecchi ancora chiamano via Casino. Adattamenti posteriori, operati dal susseguirsi di tanti proprietari, hanno annullato il suo primitivo splendore.
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La villa prospetta su in ampio cortile alberato, circondato da un massiccio muro di recinzione con un unico fornice ad arco acuto a tutto sesto. Sul concio di chiave era scolpito lo stemma nobiliare con i simboli araldici di Giacomo Morula e della moglie Maria Labini, sormontato da un piccolo cartiglio con l'iscrizione "nell'anno del Giubileo"; in asse con questo, e strettamente collegato, un grazioso bassorilievo, datato 1550, raffigurante la Madonna col Bambino.
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La costruzione, che tuttora conserva una sua monumentale imponenza, ha caratteristiche architettoniche di epoca seicentesca. Della nitida ed armoniosa sequenza di archi a tutto sesto del loggiato che dava slancio ed eleganza alla facciata resta solo un cumulo di rovine.
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Nel 1561 il vescovo Briziano de Ribera ricostruì un'antichissima chiesetta dedicata a S.Martino e fece edificare, accanto a questa, una grande villa che destinò a residenza estiva per sé ed i suoi successori. Indubbiamente la turrita dimora vescovile ebbe nel passato una sua monumentalità; ultimamente, invece, giaceva nel più completo abbandono. Recentemente acquistata da un privato, è ora sottoposta ad una valida ed adeguata opera di recupero.
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Quest'ultimo si distingue per la maggiore imponenza, per il consueto apparato difensivo e per il massiccio e rude bugnato di facciata, che porta, come segno di antica nobiltà, l'arma partita dei Framarino e dei Riccio, col millesimo 1537. Acquistata nel 1877 dall'arcidiacono Bellacosa, fu dotata di una cappella che, dedicata alla Madonna delle Grazie, fu centro di vita comunitaria per i contadini della zona. La chiesetta porta, sull'architrave dell'ingresso, il blasone dei Bellacosa: una pianta con tre fiori sormontata da un sole raggiante. L'interno, conserva alcuni dipinti del De Musso ed un grande crocifisso ligneo.
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Realizzata nel XVIII secolo e restaurata qualche decennio addietro, la villa gode di uno stato di conservazione e manutenzione eccellente. La pienezza della facciata ed il tetto spiovente definiscono la massiccia struttura dell'edificio, mentre l'avancorpo e l'alto muro di cinta concorrono a darle un predominante senso di chiuso. Due soli raccordi con l'esterno: il portale, che conduce in un atrio piuttosto angusto; e l'ingresso di una piccola cappella, che conserva unicamente un grazioso altarino in pietra di fattura settecentesca. La facciata posteriore ricalca nello stile quella principale, anche se la massa dell'edificio risulta appesantita dall'aggiunta di due arconi e di un corpo di fabbrica che copre l'intera larghezza della facciata, definendo, in tal modo, un ampio terrazzo che consente alla villa un rapporto diretto con l'ambiente naturale, proteso com'è su una selva di ulivi.
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Costruita con il concetto di castello, la massiccia costruzione era dotata di una piccola torre, posta a difesa della scalinata, di numerose feritoie e di garitte pensili che aggettavano ai quattro angoli, le cui tracce si riscontrano tuttora. Non manca la piccola chiesa, sempre presente nelle residenze rurali della ricca borghesia dell'epoca, ma anche questa appare alterata nelle sue forme originarie da una evidente sovrapposizione in facciata. In passato l'ingresso monumentale della vasta tenuta prospettava sulla statale 16 per Bari. Sull'architrave una epigrafe in latino diceva: "Mariano De Cicco consacrò al Sommo Iddio e a S.Francesco di Paola un piccolissimo altare, estremo sacrificio per i pii Mani, conforto nella solitudine per gli amici, ricchezza per i discendenti, rifugio negli affanni per sé tra questi pianeggianti sentieri".
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